La sensazione di Fato incombente

Lo sapete: di questi tempi evito il più possibile di parlare dell’argomento pandemia perché lo fanno già tanti, a volte troppi (e spesso a sproposito). Non sempre sono stato leggero: a volte mi sono sfogato, restando consapevole che esistono problemi peggiori dei miei.

Ho perso parte storica della famiglia, per colpa di questa dannata malattia. Mia madrina (che se n’è andata durante il primo, eterno lockdown), non solo non ho potuto vederla ma non sono nemmeno potuto stare vicino alle mie cugine. Più di recente un cugino di mio padre, una di quelle pietre miliari di famiglia.

Ogni giorno ho notizie di genitori, nonni, fratelli di colleghi, o di cari amici, che combattono con questa piaga e, fin troppo spesso (di certo più di quanto vorremmo mai udire), non ce la fanno. Non entrerò in dettagli più specifici, perché non è mio diritto sbandierare la sofferenza degli altri.

Vi dico questo perché non siate tentati di credere che io sottovaluti la questione. Anzi: questa sensazione di trovarsi come durante la peste nel medioevo o durante il vaiolo che sterminò persone nel XIX secolo, con notizie di gente che conosci che non ce la fa che ti arriva al telefono o di persona, non al telegiornale, è qui che mi accompagna quotidianamente da mesi. La sensazione di fato incombente, qualcosa che non puoi fare altro che tentare di lasciare lì, vicino a te, perché il mondo ti rinfaccia la tua impotenza continuamente.

Vivo preoccupato per le persone care e gli amici, per la loro salute fisica e mentale, consapevole di non poter fare quasi nulla per confortarli, perché nessuno è mai davvero preparato a certe cose e (lo dico per esperienza personale) niente ci può mai preparare. Marguerite Yourcenar disse: “si arriva sempre vergini a ogni nuovo dolore” ed è così. L'ho imparato sulla mia pelle.

Perciò comprendetemi se divento brusco con chi pensa che la priorità non sia la vita, persino quando in realtà comprendo perfettamente la loro preoccupazione per il futuro (perché si muore anche di fame e più passa il tempo più questo pericolo diventa incombente). Capisco persino (in parte) chi non riesce ad accettare che questo incubo sia reale, lo nega con la futilità con cui c'è chi nega il sorgere del Sole, perché non riesce ad accettare che c'è una pandemia. Come durante la Grande Guerra ci fu chi non credeva che ci fosse la guerra, nonostante l'evidenza dei fatti. Fa talmente paura, è talmente enorme che per alcuni sarebbe come chiedere di accettare che il Sole domani inghiottirà il sistema solare (un giorno accadrà davvero, un giorno distante, ma per sottolineare il senso di irrealtà che colpisce molte persone). Ciò porta anche la rabbia e la ribellione (a volte comprensibili, altre volte meno) verso chi non riesce ad aiutarci (quasi fosse sempre colpa di qualcuno). C'è l'illusione che una soluzione esista sempre ma, come ci insegna anche Alan Moore, spesso la cosa più terribile di questo nostro mondo è che nessuno lo può controllare davvero, che siamo barchette in balia delle onde in un mare in tempesta e possiamo fare poco oltre a sperare che la maretta passi prima di vederci affogare. A volte manovrare quei remi e quelle vele sembra un gesto così piccolo da sembrare futile, così come criticare chi regge il timone. Ma queste sono le mani che abbiamo e queste le cose che possiamo fare, per parafrasare i Genesis (da "Land of Confusion").

Io tenterò di restare leggero, ma con qualche sfogo come questo ogni tanto. Ciò non significa che non mi importi. Anzi. Mi importa eccome. In momenti come questi faccio di tutto per cercare di essere d’aiuto (forse a volte pure troppo, a rifletterci, qualcuno mi ha suggerito di farmi gli affari miei, ma sapete com'è: la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni e pur con le migliori intenzioni talvolta si sbaglia in perfetta buona fede). Perché vorrei ridere sempre con tutti voi, ma so che ciascuno ha battaglie da cui non si può uscire vincitori, che lasceranno ferite profonde per sempre, con le quali si dovrà imparare a convivere.



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