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La "Bag of Tricks" dello scrittore



Oggi ho un post lungo e pure un po' "intimo", siete avvisati. Ma veniamo al dunque: scrivere non è facile. Farlo in modo che renda giustizia all’idea che si ha in mente è ancora più complicato. Per costruire una scena valida e coerente, quindi, ho cercato di padroneggiare una tecnica. Come nel mio metodo di musica jazz, dove l’autore si è premurato di chiarire che nel jazz il 2% è estro mentre il restante 98% è ‘the bag of tricks’, ho una mia borsa con i trucchi anche per scrivere.


Per prima cosa, cerco di immedesimarmi nei personaggi. Attenzione: non nel protagonista (uno dei rischi di chi è alle prime armi è quello di proiettare nel protagonista una sorta di versione idealizzata di quanto si vorrebbe essere fighi, ma è sempre una pessima idea che dà risultati un po' tipo quelle fiction americane di serie B o C... e comunque non è mai il mio caso, "F4 sguardo basito" non è nella mia borsa dei trucchi).


Il mio immedesimarmi è faticoso, a volte doloroso nelle scene drammatiche. Al punto che dopo alcune di queste scene ho bisogno talvolta di giorni e giorni per recuperare e defaticare. Dato come definito il personaggio (nelle condizioni di origine), parto col costruire l’ambiente intorno a lui. Quindi mi ispiro alla recitazione (io non so recitare, ma conosco alcune tecniche di base) e lo lascio muovere nell’immaginazione (come se fosse un film) in quell'ambiente. Luci, inquadrature, eccetera. Nel descrivere cosa fa, cosa sente, tento di calarmi nei suoi panni, talvolta molto sgradevoli (è ad esempio il caso de “il vero orco”, che compare in Villains), ricalcando le emozioni che deve provare richiamando in me qualcosa di paragonabile (la sofferenza della malattia dei miei, il disagio di sentirsi fuori luogo, eccetera). Quando esula dalle mie esperienze, devo documentarmi. Un esempio: cosa può provare una prostituta (esempio per una scena de "il sangue dell'immortale")? Non nell'immaginario stereotipato da commedia italiana anni '80, intendiamoci, ma nella realtà (tipo affrontare il giudizio altrui, l'abuso di uno sfruttatore o persino quel rendere il piacere un mestiere a rischio di desensibilizzarsi)? Altro esempio: cosa sente uno che disseppellisce cadaveri (come in una scena del Ciclo dei Negromanti)? Questi sono solo due dei tanti casi in cui la mia esperienza personale non poteva essermi direttamente d'aiuto. Allora vado di libri e documentari finché non riesco a capire almeno un po'. Tipo "I bassifondi nell'antichità" (introvabile, l'ho comprato usato) e tanta ricerca complessa (difficile togliersi dalla cronaca o dal p*rno se si cerca online, davvero difficile, al di là di realizzare cronologie pittoresche nel browser, ma è tipico di ogni scrittore). Intendiamoci: a me piace la parte di documentazione, è come realizzare un puzzle da 5000 pezzi ogni volta. Ecco perché cambio anche genere (pur restando sempre nel fantastico).


È faticoso immergersi in profondità, ma produce qualcosa che il lettore sa sempre riconosce come “autentico”. Hemingway diceva che per un buon scrittore basta sedersi davanti alla macchina da scrivere e “sanguinare sui tasti”. Ray Bradbury diceva che lui si distruggeva ogni mattina su un campo minato per poi rimettere faticosamente a posto i pezzi. Io non sono certo al loro livello, né è mia pretesa avvicinarmi significativamente a loro (così come il fatto di fare sport non mi farà arrivare finalista alle Olimpiadi), ma sono maestri di stile e si deve imparare il mestiere da quelli bravi.


In pratica, chi scrive vive cento vite, dai protagonisti agli antagonisti alle comparse. Così che chi legge possa fare altrettanto e sentire che, indifferentemente dall'ambientazione, tutto sia più reale possibile.

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