Pensieri sparsi: L'effetto Playstation nella letteratura e nel cinema

E' il mio blog, quindi perché non buttare giù due pensieri sparsi? Vi avverto: non voglio dare lezioni di vita, solo esprimere il mio punto di vista su alcune cose. Ciò che state per leggere non è una nuova e rivoluzionaria "summa teologica" bensì una raccolta di mie considerazioni del tutto personali, talvolta persino un po' banali, probabilmente, che però potrebbero farvi capire la ragione dietro alcune delle scelte dei miei romanzi, se sarete così pazienti o interessati da leggerle.

Premessa

Prima di affrontare il "pensiero sparso" di oggi, voglio premettere: sono un videogiocatore e mi piacciono quei videogames che sfoggiano una trama, una storia. Più è articolata e complessa e meglio è per me. Quindi adoro le adventure, o i Massive Multiplayer come "World of Wacraft" o "Guild Wars", gli strategici a turni come "X-Com: Enemy uknown" (il più bello mai realizzato sugli alieni) e gli strategici in tempo reale (come "Starcraft", "Age of Empires", "Civilization", "Empires at war" ed il buon vecchio "Wacraft"), dove devo pensare e organizzare. Ma non sono un fan degli "sparatutto" e, soprattutto, non gradisco particolarmente quando mi imbatto in un libro o in un film dove c'è un effetto "boss-finale" che sembra uscire da uno di quei videogiochi.

L'effetto "boss-finale"

Lo abbiamo quando il nemico che il protagonista (o i protagonisti) deve (devono) affrontare è questa creatura quasi impossibile da sconfiggere, più difficile da uccidere dello stesso Alien (anche quando si tratta di un uomo comune), dove tutto viene risolto in uno scontro eternamente lungo e particolarmente inverosimile. Non fraintendetemi: nei videogame va bene così (e anche in film come "Edge of tomorrow" o "Alien I", dove viene trattato adeguatamente). Però se ne abusa, specialmente quando sono esseri umani (o umanoidi) i nemici. La domanda da farsi è: ma nella vita reale, come funzionerebbe? La risposta è in realtà un'altra domanda: quante volte avete affrontato un boss finale? Tutti abbiamo avuto dei momenti critici (esami di ammissione, esami finali, momenti difficili), ma non prendono quella forma (per quanto allegorica). Il professore del difficilissimo esame universitario vi fa domande difficili, o cerca di mettervi in difficoltà, ma i suoi Punti Vita non sono diversi dai vostri e non dovete affrontarlo con l'aiuto di Jackie Chan. Nel "Mondo normale", dopo aver passato con difficoltà insormontabili lo stuolo di guardie del dittatore di turno, ci si troverebbe di fronte ad un anziano malato di mente, pericoloso solo perché chi gli sta intorno non se ne libera. Un colpo (o un linciaggio) ed è finito tutto. Lo abbiamo visto molte volte accadere, nelle sanguinose rivoluzioni che costellano la Storia umana, non ritengo vi sia bisogno di esempi specifici.

Come evitarlo?

Quando scrivo non mi faccio limitare da questa idiosincrasia, ma è ovvio che non posso scrivere qualcosa che non mi piacerebbe leggere. E' fantasy? Sì. Deve per forza essere così impossibile da sconfiggere? No, secondo me non ce n'è bisogno. Un combattimento non deve per forza di cose durare mezzo libro (o mezzo film). Lo perdonerei a un videogame (che si basa su riflessi e scelte tattiche), ma se non mi si dà "trama" mi si annoia, quindi preferisco un bell'intreccio a un bel combattimento.

Il mio punto di vista

Non vi farò spoiler sui miei romanzi, lo prometto: mi limiterò ad esprimere un concetto generale.

Ci sono alcune costanti nelle cose che scrivo: (1) la soluzione non può mai essere soprannaturale (con la frase del mio amico, ed Editor di fiducia, Diego: "Il soprannaturale non esiste, perché tutto ciò che esiste è naturale"; sì, l'ho fatta dire anche a uno dei miei personaggi, era troppo bella per non citarla), (2) detesto l'immagine stessa di "scienziati pazzi" (che fanno apparire la Scienza come nemica dell'umanità, quando è vero il contrario), (3) detesto che la "morale religiosa contemporanea" appaia nella fantascienza (spesso a discapito della scienza, che pur sta nel nome del genere... ma di questo se ne potrà parlare in seguito), (4) stupratori e schiavisti fanno una (meritata) fine orribile (passati a fil di spada, divorati da un drago, fatti a pezzi dalla folla, uccisi dalle proprie vittime, seguendo il detto "chi semina vento, raccoglie tempesta"; non che sia a favore della pena di morte: il mio scopo è renderli visibili per ciò che sono, e cioè dei personaggi meschini, dei mezzi-uomini che non meritano il nostro rispetto; è una caratteristica che metto spesso nei "cattivi"). E (5) cerco di non diventare inverosimile con "boss" e protagonisti.

Okay: i miei personaggi non sconfiggeranno mai a braccio di ferro un elefante, non uccideranno un mostro immenso con la forza bruta ma avranno bisogno di organizzarsi o di usare il cervello, un po' come faremmo noi (anche se noi non abbiamo l'aiuto dell'autore, che fa la differenza tra la vita e la morte). Ci può essere un lieto fine oppure no, ma preferisco non sia frutto di poteri soprannaturali e non si prenda troppe libertà col "mondo coerente", con le regole del mondo che io stesso ho scritto e che il lettore ha incontrato procedendo. E che prevedono che non ci sia solo un "grande nemico", bensì tanti nemici, singolarmente non dissimili da noi, che gli danno potere. Se isolato, un boss non è così risolutivo. Ma ciò che è non si estingue necessariamente con lui: ci sono eredità scomode o pericolose che tramanderà alle generazioni successive (come le macchine di Lugan del ciclo "La Vendetta dell'Immortale", incomprensibili agli umani).

Concludendo

Invito chi scrive a fare attenzione a questo stereotipo particolare, l'effetto "boss finale". Autori come Martin ci hanno fatto riscoprire che protagonisti e Villain devono avere parti di luce ed ombra (come tutti gli esseri umani), che la storia può essere gradevole anche quando muoiono tutti (come ne "Il Trono di Spade"), che la moralità non deve essere per forza quella religios-contemporanea (come ne "Il Trono di Spade" o nelle buone fiction storiche tipo "Roma") e che sia i buoni che i cattivi sono ugualmente creature mortali con pregi e difetti. Quando anche non diventa talvolta complesso distinguere davvero alcuni buoni dai cattivi, se non da certi dettagli. Non sono contrario al lieto fine e non ritengo sia indispensabile che muoiano davvero tutti: come nella vita reale, tutti se ne vanno. Ma c'è sempre qualcuno che sopravvive e racconta la Storia. A modo suo.

E se qualche volta è il boss finale, molto più spesso è una persona normale che, coinvolta in avventure spesso tutt'altro che divertenti, si è accorto che il "boss finale" non è diverso da qualsiasi altro essere umano (se non perché è potente e abietto) e se ne è sbarazzato. Peraltro (pensiero sparso sulla vita reale), il modo migliore per liberarsi di questi "illusori quanto pericolosi boss" sarebbe fare sì che nessuno possa ottenere così tanto potere da diventarlo.

Okay, vedo che mi sono dilungato già troppo.

Alla prossima puntata!

Pensieri sparsi. Una nuova serie (di cui non si sentiva il bisogno? hehe).

Karl

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