L'antica Roma, gli antenati, la superstizione, la mortalità e lo scrivere di epoche passate

Oggi stavo lavorando su un racconto (un po' folle) ambientato nell'antica Pompei. Io sono piuttosto meticoloso e faccio molta ricerca, mi spiace dire castronerie, così quando nell'approfondire mi sono imbattuto nel culto degli antenati, mi è sovvenuta una riflessione.


Gli antenati… Un tempo c’era ovunque il culto degli antenati. Alcune culture li celebrano ancora oggi. Gli si è grati per averci generati e spesso si crede che ci siano ancora d’aiuto dall’aldilà (o dovunque la specifica cultura ritiene siano, da spiriti generici legati ai discendenti a una sorta di “fortuna latente” nascosta da qualche parte o in noi). Si vedono anche nel film “il Gladiatore”, quando li invoca Massimo Meridio.

Okay, è un film e si prende diverse libertà storiche... non sarà un trattato di Storia, ma rende bene l’idea di cui parlo con poche immagini (che includono culturisti palestrati e depilati piuttosto anacronistici, ma gradevoli alla vista per gran parte del gentil sesso).


La “superstitionem” era quella attività di invocare antenati o divinità perché proteggessero i propri congiunti in com battimento (qualcuno morirà, fa che lui sia un superstite). Ovviamente l’efficacia era tanto irrilevante da diventare oggigiorno sinonimo di bufala senza fondamento scientifico, che si tratti del gatto nero o dello specchio. C’è però un aspetto che è reale, sebbene non quello ritenuto vero dagli antichi.


La realtà è che davvero gli antenati ci contraddistinguono in qualche modo: se io sono un cristone alto, barbuto, muscoloso, tendente alla calvizie, dotato di spalle larghe e di un grosso membro (tutte affermazioni verificabili, sebbene per quella sul membro vi dovrete fidare sulla parola… e se anche non vi fidaste, fate pure come se me ne importasse qualcosa) è perché tra i miei antenati più importanti c’erano soldati di Carlo Magno (ci furono pure dei Tuareg, sebbene non abbia idea di quale sia il loro lascito genetico, è decisamente meno evidente; chissà, magari è il membro?).


(se siete interessati alla mia ricerca storica familiare, magari per intraprenderne una vostra, ne ho diffusamente parlato qui:

https://www.augustochiarle.com/single-post/2017/10/15/chiarle-karl-e-i-franchi )


La fregatura è che se in antichità erano condizioni utili, ci sono anche quelle che spuntano con l’età: in tempi antichi ben pochi diventavano anziani. Per gli antichi greci un sessantenne talvolta veniva detto “dimenticato dagli dei”. Non è che non si diventasse vecchi, occasionalmente, intendiamoci.


Ramses II divenne ultranovantenne ed era in gioventù quasi due metri. Non stupisce nemmeno che venisse considerato un dio vivente: la gente comune sepolta nella necropoli di Al Amarna aveva un’età media di 23 anni ed era alto (si fa per dire) un metro e sessanta. Morirono prima di lui i primi 15 dei suoi (numerosi) figli e il successore (divenuto Faraone a 50 anni) gli sopravvisse soltanto 4 anni.


Era comunque un evento raro, ecco il punto.


(se volete approfondire, ne ho parlato qui:

https://www.augustochiarle.com/single-post/2015/06/02/morte-e-malattie-nei-secoli-passati )


Io ho la fortuna di discendere da quei guerrieri, eppure non era molto importante cosa accadesse loro in età anziana, evento troppo raro per occuparsene. Così nel mio caso il brutto easter egg che mi potrebbe attendere è qualcosa di davvero molto brutto, un letale cancro del sangue incurabile che lascia una breve aspettativa di vita (da 2 a 4 anni). Non voglio soffermarmi su questo aspetto: come qualsiasi cosa che si limiti a incombere per l’invecchiamento esistono le due facce della medaglia: incombe, non è automatico (sebbene si sia portato via mio padre) ed è legato al privilegio di invecchiare.

Non capita a tutti.


Cosa c'entra con la scrittura?

Per immergersi nei secoli passati, così come in mondi inventati, occorre abbandonare se stessi e le proprie aspirazioni (non certo trasporre cosa sarei voluto essere in un libro, a meno di volerlo dare al mio analista in una sorta di seduta di auto-aiuto) e pensare come i propri personaggi. Certo, le proprie esperienze possono aiutare a immedesimarsi. Malattie, sofferenza, amore, amicizia... O, almeno, possono permettere di simulare in modo verosimile e compatibile con le aspettative del lettore le emozioni e le esperienze dei personaggi di cui intendiamo narrare.


Cosa rende me diverso da un mio avo, per tornare all'esempio che stavo inizialmente proponendo? Fisicamente somiglio certamente a diversi miei antenati, eppure siamo certamente molto divergenti nel pensiero, nelle aspettative. Tanto per cominciare io sono ateo, mentre i miei progenitori Franchi saranno stati dapprima pagani e quindi cristiani, in epoche differenti. I Tuareg con tutta probabilità saranno stati invece islamici. Ecco la divergenza dal pensiero moderno post-illuminista, non necessariamente legato a superstizioni e spesso svincolato dalla fede, e quello antico, dove fede e religione erano tangibili, date per reali e il pensiero scientifico addirittura considerato eretico.


Ci sono due concetti principali da tenere a mente:


Il primo è il modo di pensare dell'epoca di cui si scrive.

Cosa mangiava, suonava, leggeva (se leggeva) la gente? Di cosa aveva paura? In cosa credeva? In cosa non credeva, invece?Mille domande, che si estendono a tutti. Non soltanto i nobili e gli abbienti, ma i popolani sono importanti, la loro cultura. Come fare? Come documentarsi? Come trasmettere questo modo di pensare senza rendere tutti antipatici o troppo inverosimilmente legati al nostro pensiero contemporaneo?


Il secondo è proprio legato a questo aspetto: che linguaggio utilizzare?

Troppo forbito? Perderemmo parte dell'intrattenimento, ma se il nostro scopo non è un libro di testo o un rigoroso romanzo storico, è davvero necessario?


La risposta a queste domande può variare a seconda di cosa stiamo scrivendo, se fosse facile tutti sarebbero grandi scrittori. Sia che il racconto narri una umoristica avventura un po' folle ambientata a Pompei, oppure un'opera monumentale generazionale e tragica contemporanea, basta essere coscienti di quali libertà prendersi (senza esagerare e magari lasciando in evidenza la cosa, per non ottenere un rifiuto automatico nel lettore medio che vogliamo interessare).


Ho già trattato alcuni aspetti del mio metodo di scrittura e ricerca, persino quando mi occupo di fantascienza e di fantasy, e vi rimando a queste riflessioni se siete interessati ad approfondire:


Il Fantasy, le Armature e le battaglie

https://www.augustochiarle.com/single-post/2019/05/22/Il-fantasy-le-armature-e-le-battaglie


L'effetto Playstation nella letteratura e nel cinema:

https://www.augustochiarle.com/single-post/2014/07/19/pensieri-sparsi-leffetto-playstation-nella-letteratura-e-nel-cinema/


Progettare mondi e mappe fantasy:

https://www.augustochiarle.com/single-post/2019/02/25/progettare-mondi-e-mappe-fantasy


Scrutare il futuro:

https://www.augustochiarle.com/single-post/scrutare-il-futuro


Mi occuperò ancora di scrittura, in altri post. Spero troverete utili certi miei spunti. Di sicuro non ho intenzione di fare il saccente che insegna a qualcuno, bensì di indicare un metodo che potrebbe rivelarsi utile per chi intende elaborarne uno proprio e renderlo adatto al proprio modo di scrivere.


Intanto, alla prossima avventura (presto vi proporrò il racconto di cui parlavo nell'incipit di questo pensiero sparso, lo prometto).




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