Come mostri nel buio



Caro diario...


La vita ci porta sempre nuovi sogni e nuovi incubi. Più spesso i secondi. La noia della solitudine, la mancanza di cose da fare, percepire l’assenza di uno scopo, sono una grave fonte di stress, un brutto sogno da cui non ci si risveglia facilmente. Solo una settimana dopo questo recente inserimento in zona rossa, io sono diventato irritabile, di umore altalenante tra bassissimo e sopportabile. Felice, beh, è una cosa ben diversa. Essendo stato peggio (MOLTO peggio) so che si può tornare a esserlo, perché mi è capitato, ma quando sei giù di morale, quando i problemi si fanno giganti, saperlo non ti aiuta, né le frasi fatte ("tieni duro", "ce la faremo", "vedrai che migliorerà", sceglietene una a caso). Le emozioni spesso non seguono la logica, persino in qualcuno che cerca di affrontarle o che, come me, trova rifugio nella logica.


In questo periodo sono rassegnato all’inevitabile, sto adottando tecniche di sopravvivenza: ho una routine giornaliera basata sul riempire le ore in modo da far sembrare che faccio qualcosa, imparata sulle letture dei diari di navigatori in solitaria come il fu Ambrogio Fogar: mi alzo tardi, telegiornale, colazione, accudisci i gatti, guarda la posta, faccio due cazzate al computer, cucino, pranzo, pennica (new entry in tempo di lockdown, quasi mai sentito tale necessità precedentemente), videogames, esercizio fisico, lettura, cucino, TV, dormire (quando ci riesco).


Ogni tanto in questa routine inserisco l’ora d’aria passeggiando come un carcerato in isolamento fuori da casa, oppure a scrivere un po’ (quando la testa me lo permette) o ancora la (breve e senza interazioni sociali) spesa al supermercato (almeno vedo persone), l’occasionale lavoretto di casa (è autunno, fuori c’è poco da fare).


Potrebbe essere peggio: non ho problemi economici, casa mia ha spese ma non pago l’affitto né il mutuo, ho uno stipendio a fine mese, ad esempio. Non è poco, lo so, specie di questi tempi. E, a differenza della condizione degli anziani, ho una prospettiva, un futuro (roseo, grigio, fosco che sia, c’è), non sono solo lì a sopportare la noia che separa l’esistenza dalla morte (come papà negli ultimi tempi della sua malattia, ripreso dalle telecamere mentre passeggiava di notte sul balcone avanti e indietro come l’anima di Laerte quando Amleto l’incontrò, o nonna che mi disse "è brutto diventare vecchi", anche se lei era circondata da una famiglia numerosa, a quell'epoca). Quindi sì, potrebbe essere davvero tanto, infinitamente peggio. L'ho visto, vissuto, sperimentato di persona, posso testimoniarlo per esperienza diretta. Ma mentirei se dicessi che va bene.


Ogni tanto sento qualcuno. Gli argomenti sono pochi, perché nessuno di noi fa più granché (quando non è nulla del tutto, come me), ognuno con la sua routine, il suo isolamento, il suo stress. Chi ha famiglia ha qualcuno con cui condividere queste cose, con problemi diversi, chi vive solo ha davvero troppo tempo per le attività normali e alla fine niente basta più a riempire il vuoto. Le serie TV, i videogames, le passeggiate, scrivere, gli hobby. La prima volta, il primo lockdown, il primo mese è passato (la gente si sfogava sui balconi, c’era speranza, coraggio, sopportazione: per qualche settimana tutto è fattibile, sopportabile). Il secondo mese è stato sofferto. Il periodo successivo è stato davvero difficile. Adesso la routine è partita direttamente dal secondo mese, ed è passata solo una settimana. Mi mancano i rapporti umani, nonostante la tecnologia mi permetta di mantenere qualcosa a distanza. Mi manca uno scopo che non sia appiccicato col nastro adesivo, creato per poter passare le ore senza impazzire. Mi mancano gli affetti che ho perduto, persino quelli che mi hanno rifiutato o ferito, talvolta. Come dire che anche l’acqua torbida viene bevuta quando si ha troppa sete.


Potrebbe essere peggio di così. Sì, potrebbe. Ci sono infiniti gradi di inferno peggiori del mio (persino senza menzionare la situazione pandemica, che sto intenzionalmente lasciando fuori perché riempie già ogni altro minuto della giornata di tutti noi).

Ogni tanto qualcuno mi sfiora, si affaccia, mi fa quasi vergognare di dire “io non ce la faccio più”, anche se è così che mi sento (ed è di magra consolazione sapere che ci sono persone che sopportano meglio situazioni peggiori, non è così che funziona la nostra testa).

Tengo duro, cinque minuti alla volta.


Vorrei poter dare una mano ogni volta che vedo persone care soffrire (spesso molto più di me, data la premessa), ma anche lì sovente scopro che non posso, che non basta, o persino che vengo travisato, o anche rifiutato (per molte ragioni, più o meno valide per me, ma che non starò a sindacare, non sta a me decidere per altri, non sono miei figli).


Una crisi fa emergere il meglio ma anche il peggio che si annida dentro di noi, i lati più oscuri si affacciano come mostri dalle tenebre in un film dell’orrore, che sussurrano il loro richiamo. Più dura a lungo, più tutto diventa difficile.


Mi mancano terribilmente i rapporti umani, il contatto con gli altri (le persone giuste, a quel tempo) che mi salvò da me stesso quando mi ritrovai totalmente solo, alla morte dei miei. Sono lì, in bilico, che cerco di resistere cinque minuti alla volta, una telefonata alla volta, un messaggio alla volta.

Il fatto che potrebbe essere peggio (infinitamente peggio di così) non aiuta granché.

Cerco di resistere.

Cinque minuti alla volta.

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