Il mondo degli Storsen

Ovvero: come ho costruito il mondo fantasy de "Il Signore dei Corvi".

Questa la condizione iniziale: dovevo essere pronto a spendere molto tempo per costruire la mia ambientazione. Per costruire un mondo fantasy come piace a me serve tanto lavoro. Ho dovuto farmene una ragione. E' piaciuto alla gran parte dei lettori e ne sono stato gratificato. Ne consegue che, se non avesse ottenuto l'effetto sperato, ne sarei stato frustrato, è certo.

Ma è stato inevitabile dover lavorare parecchio per avere ciò che volevo.

Chi ha gradito i romanzi che scrissi per la serie “La Vendetta dell’Immortale” potrà trovare qui alcune note sulla costruzione di quel mondo fantasy, che sto usando anche per il ciclo dei Negromanti (iniziato con "I Servi di Tuonetar" e ora al terzo volume).

Questa nota potrebbe fornire spunti a eventuali scrittori che vogliano intraprendere la medesima strada. Certo non è l'unico modo di farlo, magari non è il migliore, il più completo o il più semplice, ma è stato il mio.

Spero la troverete una lettura interessante. In alternativa, spero nella vostra indulgenza. ^_^

L'importanza dell'ambientazione:

Quando si scrive un romanzo si dà un'ambientazione, si crea un mondo. Sì, lo so, è un'affermazione banale. Ma la scelta dell'ambientazione non lo è. Si investe molto tempo per scrivere qualcosa e il rischio dell'incoerenza è sempre in agguato, come dice il mio editor di fiducia. Se si scrive partendo dal "nostro" mondo si hanno molte connessioni con ciò che il lettore già conosce: una Storia, una geografia, miti e leggende cui attingere e cui il lettore è già, almeno parzialmente, abituato. Si possono dare per scontate alcune cose. Ad esempio, se scrivo di Nizza si sa che è in Francia, che è sulla Costa Azzurra e che è vicino all'Italia. Qualcuno ricorda anche che fu italiana, che vi nacque Garibaldi, e così via. Quando scrissi "Le Ombre di Marte" non dovetti inventare un mondo bensì aggiungere elementi a quello esistente, adattandolo al tema fantastico (Steampunk/Ucronia) della vicenda che intendevo narrare.

Per scrivere il fantasy che volevo, però, non potevo contare su questo fattore.

Sì, anche per un romanzo fantasy si può procedere alla stessa maniera. Ma non è stata questa la strada che ho scelto. Ho deciso di definire un mondo nuovo ma per farlo servono elementi che non possono essere dati per scontati: una Storia, una geografia e persino una Fisica: le sue leggi sono le medesime del nostro mondo? O funziona in qualche modo la magia? Se sì, in che modo e come si evolve nel tempo? Ciò va spiegato senza possibilmente appesantire il lettore con dettagli a lui inutili, ma che forniscono spessore in caso di necessità. Il tutto richiede inevitabilmente un gran lavoro di preparazione, a volte anche solo per una singola pagina o poche righe. Non è mia intenzione pretendere che il mio metodo sia "giusto", non fraintendetemi. Voglio solo spiegare le mie ragioni, senza pretendere di tirar su una lezione. E' solo una sorta di "dietro le quinte".

Ho creato le "Terre di Storsen", aiutato anche da alcuni amici e dal gioco di ruolo (sì, proprio Dungeons & Dragons, in caso aveste dubbi in merito), ispirandomi alla geografia di una campagna da noi creata e con cui giocammo per decenni, dagli anni '80 a tutti gli anni '90 (perché mi era particolarmente familiare la sua dettagliata geografia). Ma se per giocare, all'epoca, ci si poteva accontentare di unire tanti cliché fantastici, per ambientarvi i miei romanzi non volevo certo ricorrere a una soluzione simile. Avevo bisogno di originalità e maggiore consistenza. Così sono dovuto intervenire pesantemente, riadattando il tutto, contestualizzando le diverse culture e costruendo un mondo cui ho dato una (spero) forte coerenza che, a giudicare dalla risposta dei lettori, sembra aver funzionato come speravo.

Le Terre di Storsen, un mondo per due saghe diverse:

La ragione principale che mi ha spinto a riutilizzare le Terre di Storsen anche nel secondo ciclo è la mole di lavoro necessaria alla creazione di un mondo così definito. Ci sono mondi fantasy in cui si leggono nomi di fantasia magari dal suono gradevole ma che mostrano provenienze culturali incerte, indefinite o mischiate. Ptarr figlio di Kmerr attaccò i barbari di Xmatrap. Volevo evitare questo deludente effetto, così irreale, dove ogni cosa è sempre esotica e con alle spalle ragioni pretestuose.

Nel "nostro mondo" ogni cosa ha una sua origine tracciabile. Io porto un nome romano (Augusto, in origine appellativo imperiale divenuto in seguito nome proprio), e provengo da una regione di antica origine sia celtica che romana, poi cristianizzata e che ha avuto diversi invasori anche dal nord Europa. Nomi come Carlo, ad esempio, hanno origini franche (“Karl” era l’urlo di un padre Franco mentre presentava il figlio maschio ai vicini). Luoghi come "Trecate" o "Biandrate" ci dicono chi abitò quei luoghi (popolazioni galliche) tanto quanto Torino (i taurini), Roma, Capua o Agrigento (romani e greci in questi ultimi casi).

Ogni nome (di persona o di luogo) ha alle spalle un significato, un’origine culturale. Attribuire questi dettagli al caso non fornisce spessore a una cultura. Al contempo, inventare lingue nuove richiede l’opera di un linguista (non a caso Tolkien, professore di filologia, inventò elfico, linguaggio nero di Mordor e nanico: era il suo lavoro e la sua passione). Così decisi, scrivendo “Il Signore dei Corvi”, di creare un mondo basato su due culture tra quelle che trovo più affascinanti, quella gaelica e quella scandinava. Peraltro sono culture che si trovarono a scontrarsi e/o convivere per buona parte della Storia del nord Europa.

Ho potuto attingere a elementi di Storia (grazie a una nutrita collezione di volumi tematici, dato che è la mia passione da sempre) senza mai entrarvi direttamente, con un’ambientazione fantastica che ne trae ispirazione come se si trattasse di un vero e proprio mondo parallelo, con un Sole e una Luna identici e culture che hanno richiami evidenti.

Siccome lingue, geografia, religioni, unità di misura, scienza, medicina, leggende e superstizioni hanno richiesto così tanto lavoro, nel voler scrivere una nuova vicenda (il "ciclo dei Negromanti") ho voluto (anche per pigrizia, lo ammetto, dato il tempo investito) recuperare parte di questo lavoro. Al contempo avevo l'opportunità di fornire a chi aveva gradito il ciclo iniziato con "Il Signore dei Corvi" del materiale che non ripartisse completamente esotico e approfondirne ulteriori dettagli. Ma è stata principalmente pigrizia, lo ammetto. ^_^

Già che ci siamo: se siete interessati, con l’aiuto dei succitati amici il materiale è stato raccolto in un volume di ambientazione destinato a giochi di ruolo fantasy (lo trovare sotto il nome “Cronache Storsen”, un volume splendidamente illustrato, tutto a colori, di oltre 190 pagine, di cui la metà di avventure già giocabili da subito). Potrei dire che è il mio "Silmarillion" ma io non ho la pretesa di paragonarmi davvero a Tolkien, irraggiungibile, e da vecchio leone del gioco di ruolo preferivo lasciare qualcosa di più interattivo ai lettori, qualcosa che si potesse giocare, che potesse far proseguire le avventure nel mondo da me creato ma a piacimento dei giocatori. Qualcosa che mi piaceva fare anche col Signore degli Anelli (col GiRSA) quando ero ragazzo, o col ciclo di Melniboné di Moorcock (con Stormbringer, che peraltro contribuii a tradurre per la Stratelibri).

Tornando a noi: ho premesso che c’è tanta ricerca e tanto studio nei miei romanzi fantasy. Non ho rimestato alcuna saga tradizionale. Il tutto è frutto della mia fantasia, influenzata da anni di passione per Storia antica e mitologia.

Citazioni:

Qualcuno tra i lettori avrà certamente notato le tante citazioni intenzionali, annidate in dialoghi e situazioni, atte a portare l’attenzione su argomenti proposti da autori del passato ma sempre attuali. Come politica e strategia, che hanno origini che si perdono nella notte dei tempi. Ho citato elementi ispirati da Sun-Tsu, Cesare, Machiavelli e De Toqueville, per menzionarne alcuni. Se si cerca una tattica geniale è più facile aiutandosi con gli esperti, ecco perché li ho presi a ispirazione. Leggendo quei testi si capiscono molti meccanismi interessanti, spesso validi ancora oggi, sebbene non sia granché gratificante dover ammettere che passano i secoli ma le persone cambiano poco. Eppure non ho voluto porre troppa enfasi su elementi pretenziosi: l'intrattenimento e l'avventura sono il fulcro dei miei romanzi. Ma se si cerca qualche contenuto più profondo c'è anche quello, lì, dietro alcune righe. D'altra parte credo che se si ha qualcosa da dire lo si può fare anche intrattenendo. Con un romanzo di avventura, perché no.

Le città sotterranee:

In passato esistevano davvero luoghi molto simili a quelli che racconto. Parigi, Edimburgo, Portland, Roma, Torino hanno sotterranei che vale la pena visitare. Mi sono ispirato a Edimburgo per Peylan e a Portland per Senaja (con le dovute reinterpretazioni). Se avrete l’opportunità di farlo, vi consiglio di visitare le Catacombe di Roma, di Parigi o di fare un giro turistico nei sotterranei di Pietro Micca a Torino (tramite il museo omonimo) o nella Edimburgo Sotterranea, possibilmente senza dar retta alle cialtronate esoteriche che sovente circondano quei posti, ma tentando di immaginare chi le ha abitate e perché.

Sugli elfi:

Lo so, gli elfi sono una scelta piuttosto inflazionata, quando si parla di fantasy, proprio come i maghi. Quando ho scelto di inserire gli elfi nella mia saga mi sono ispirato a Poul Anderson più che a Tolkien.

A differenza di opere come Il Signore degli Anelli, che presentò degli elfi buoni e saggi, una sorta di padri e madri che si curano dei figli umani, io ho scelto di rappresentarli in modo più ispirato a quelli che tradizionalmente si trovano invece nelle saghe nordiche. Vale a dire un popolo spietato, dai fini alieni spesso malvagi, che rapisce i bambini, teme le armi d’argento e serba un lungo rancore. Ad alcuni potrebbe non piacere questa mia decisione e me ne rammarico, ma ho voluto rimanere coerente con il popolo Storsen, ispirato ai vichinghi Variag, e quello Kerian, ispirato ai Celti irlandesi, che la fanno da padrone nelle storie che narro.

Una nota di colore: la descrizione del personagio di Aine, la Signora dei Draghi, venne modificata quando vidi la splendida illustrazione che Daniele Scerra realizzò per la copertina del volume "Il Sangue dell'immortale" (che arrivò durante la prima stesura del romanzo). Mi piacque al punto da decidere di abbigliare il personaggio in maniera "discinta" come nell'illustrazione. Ecco che, in questo caso, l'immagine ha influenzato la stesura. E che immagine: ha vinto dei premi internazionali, sono orgoglioso che Daniele me l'abbia realizzata!

Sulla tecnologia:

I più informati avranno notato che non tutta la tecnologia in questo mondo fantasy è medievale-occidentale. Le tecnologie elfiche, ad esempio, sono ispirate a quelle provenienti dall’antica Cina, molto più avanzate di quelle contemporanee medievali europee, in combattimento e non (arti marziali, forgiatura delle armi, polvere da sparo, arcobaliste a tre archi, balestre a ripetizione, e così via), anche se non sono elfi dagli occhi a mandorla e non praticano il kung-fu.

Draghi (e Mostri in generale):

Ho visto queste creature di fantasia, i draghi, come animali che non sputano fuoco. Sono bestie enormi e addomesticabili (con difficoltà). Non sono magici ma una sorta di “dinosauri mai estinti” piuttosto intelligenti, quanto può esserlo un delfino, un cavallo o un elefante. Siccome ho tentato di rendere il racconto plausibile, se mi passate il termine, con le leggende e le saghe antiche compaiono ma, siccome al medesimo tempo volevo evitare la superstizione come spiegazione finale, eccoveli definiti come animali. Anche per gli altri mostri non ho voluto eliminare il sapore da "bestiario medievale" tipico delle avvenure di Spada & Magia, così ho introdotto le "Chimere", animali fantastici nativi di questa Terra alternativa o frutto di antichi incroci ed esperimenti. Mostri, appunto, coerenti con l'ambientazione. Come la Grande Bestia Deforme dei sotterranei di Peylan o il mostruoso Dio-Verme del tempio o ancora il Demone Bianco affrontato nelle nevi dalla mezzelfa Charon.

Magia e superstizione:

Nei miei romanzi i maghi non usano bacchette magiche e non mormorano Abracadabra. E’ una scelta consapevole: in passato le figure che più vi si avvicinavano erano sapienti (i Magi nella ‘nostra realtà’ erano i sacerdoti di Zoroastro, astronomi e detentori del sapere nell’impero babilonese), ed ho voluto render loro giustizia. In questo romanzo i Maghi non sono quindi visti da occhi ignoranti che non ne comprendono le azioni ma da noi ‘uomini moderni’ che, grazie ad un livello di istruzione un tempo impensabile, vediamo i loro trucchi per quello che sono. Inoltre, da appassionato di Storia e di Scienza, ho un rifiuto innato nel considerare la superstizione come spiegazione finale, persino in un mondo fantasy come quello che descrivo.

Quindi se per la popolazione delle Terre dello Storsen si tratta di superstizioni con riti arbitrari, per i Maghi (così come per il lettore) è ben diverso: i più competenti sono veri e propri scienziati, esperti in svariati campi. Sebbene i nostri protagonisti non siano certo dei Galileo Galilei o dei Leonardo, sanno che per fare fiamme basta mettere a contatto polvere di permanganato di potassio (usato spesso, in passato, anche come rimedio contro le fungosi) con glicerina (grosso modo in parti uguali: non fatelo a casa senza aver preso adeguate precauzioni, perché la reazione è piuttosto violenta e potreste combinare un grosso guaio). Non si tratta di anacronismi (se così si potrebbe mai dire per un romanzo di letteratura fantastica): nel medioevo i chimici cinesi dell’impero di Kublai avevano ottime conoscenze di polvere pirica (ne distinguevano di molti tipi differenti, a seconda dell’uso, almeno quattordici) e liquidi infiammabili. Gli alchimisti europei furono chimici a loro volta, ma se ci hanno regalato illustri menti (come Newton stesso, si dice) tra loro si nascondevano anche stregoni per cui la scienza si confondeva con l’occulto (come colui che convinse il suo signore, Gilles de Rais, che fare il bagno del sangue dei bambini gli avrebbe conferito eterna giovinezza, contribuendo nella sua trasformazione in uno dei primi serial killer di cui abbiamo ampia documentazione).

Il tutto si presta bene al fantasy, a mio avviso.

La leggenda del Kobalto:

Nell’antichità, in nord Europa, in certe miniere si diceva che i Coboldi (Kobold, in tedesco) contagiassero i minatori con una maledizione che faceva perdere loro capelli e denti, o ne faceva sanguinare la pelle finché morivano. Oggi sappiamo essere avvelenamento da radiazioni e abbiamo chiamato Cobalto (Kobalt) un metallo in memoria di detta leggenda. Nel romanzo il Kobalto richiama proprio questa superstizione. Ovviamente non si tratta del vero Cobalto, ma di un materiale radioattivo generico che la limitata conoscenza degli Storsen non permette di definire meglio.

Morti Viventi e Negromanti:

E' indubbio, dalla premessa sulle superstizioni, che non scrivo di 'veri' morti riportati in vita. Mi sono chiesto: droghe, torture e alienazione in circostanze estreme come si sarebbero potuti interpretare, in una società ad alto livello di superstizione? Anche nella Storia la “possessione” o certe “esperienze extracorporee” con radici neurologiche o psicologiche, unitamente alle Fedi e alle mitologie, hanno indotto a credere in cose fantasiose delle quali nemmeno la Scienza moderna riesce davvero a liberarci. Poi c’è la leggenda degli Zombi di Haiti: in un articolo, tra mito e realtà, lessi di persone paralizzate intenzionalmente col veleno di pesce palla che venivano sepolte e dichiarate morte, sebbene fossero solo in stato di morte apparente dovuto alla pericolosa sostanza. Questi poveretti venivano poi riesumati prima del vero trapasso, per essere quindi impiegati come schiavi senza diritti da criminali senza scrupoli non dissimili da una versione Voodoo dei Negromanti delle Terre di Storsen. Essi stessi credevano di essere zombi, mentre si trattava di un piano efferato per avere schiavi a buon mercato di cui nessuno potesse reclamare un diritto alla libertà, in una folle e infernale deformazione di religione, diritto, miseria e soperchieria. Poi c’è il metodo, in uso tuttora in molte organizzazioni criminali, di fornire droga pesante ai propri sgherri, renderli dipendenti da un vizio troppo costoso (e letale) cui potranno sopperire a un costo accettabile solo a patto di essere obbedienti e fedeli.

E’ così che nascono figure come i Negromanti, i Reclutatori e il Sangue di Tuonetar.

Medicina:

Le Case di Guarigione delle Cronache Storsen sono evolute oltre il medioevo occidentale ma non sono un anacronismo. Contrariamente a quanto alcuni credono, molti medicinali hanno origini del tutto naturali, e taluni sono noti sin dall’antichità. Un esempio tra tutti: sin dall’epoca romana si sapeva che la corteccia del salice faceva bene contro molte malattie. Oggi noi sappiamo che contiene acido salicilico (principio attivo alla base dell’aspirina), un tempo si limitavano ad osservarne i benefici effetti. Grazie ad un chimico del ‘700, inoltre, i gravi effetti collaterali (emorragie interne e crampi allo stomaco) sono stati finalmente mitigati (l’aspirina è infatti acido acetil-salicilico, e quella formula del XVIII secolo è ancora in uso oggigiorno).

Un altro esempio: la salvia ha deboli effetti antibiotici, così come alcuni funghi e muffe. Quando prendiamo un antibiotico, per farla breve, sovente mangiamo un fungo che si nutre di batteri, in versione concentrata. Dall’antichità, solo erboristi e farmacisti sapevano distinguere erbe e funghi che avessero questi effetti senza peraltro avere conoscenza del principio attivo: una forma di sapere spesso derivante dall’osservazione di innumerevoli tentativi e fallimenti; tali conoscenze venivano tramandate all’interno di mestieri e ‘corporazioni’ (ben prima che questa parola venisse usata per identificare le multinazionali), così da creare farmaci “galenici”, metodo ancora oggi seguito in farmacologia (prendono il nome dal medico Galeno che curava i gladiatori).

Sulla chirurgia, invece, ancora oggi molti attrezzi a disposizione dei dottori sono l’evoluzione di quelli già in uso in antichità presso Greci, Romani o Cinesi in testa a tutti, come sempre. In epoca napoleonica un chirurgo era in grado in ochi minuti di disarticolare e amputare un arto, ricucendo la ferita e salvando la vita di un soldato altrimenti spacciato. Anche perché in assenza di sedazione bisognava fare in fretta, prima che i pazienti morissero per l’estremo dolore. Ecco quindi che i Guaritori che trovate nei miei romanzi non dispongono di magie frutto di superstizione ma sono anch’essi persone competenti e preparati nelle loro rispettive materie, come chirurgia ed erboristeria.

Certo, negli ultimi cento anni del nostro mondo la medicina ha fatto passi da gigante, quindi le Case di Guarigione di Peylan hanno la medesima mortalità elevata che avreste trovato in un ospedale londinese del XVIII o XIX secolo (specialmente per via delle infezioni, siccome batteri e virus erano sconosciuti) e non quella decisamente più bassa dei giorni nostri.

Mortalità:

L’aspettativa di vita, in passato, è sempre stata orribilmente bassa. Mortalità infantile, livelli di criminalità da dieci a cento volte più violenti di quelli odierni, guerre, carestie, infezioni, scarse conoscenze in alimentazione, medicina o igiene, diffusione di rimedi e cure basate sulla superstizione e la ciarlataneria (un esempio tra tutti: in passato si usava somministrare mercurio ai malati di sifilide, che non solo non li curava dalla malattia, bensì li avvelenava), contribuivano ulteriormente ad accelerare la morte. L’archeologia ci fa scoprire che l’uomo primitivo aveva un’aspettativa di vita di trent’anni e che, se non si era un nobile con buon accesso a risorse alimentari, in altre epoche si viveva persino meno, grazie alla scarsa igiene delle città. Un esempio sono i ritrovamenti archeologici in Egitto: è stato dimostrato che, all’epoca del Faraone Tutankhamon, gran parte degli scheletri trovati nella sua capitale aveva tra venti e trent’anni. La bassa aspettativa di vita in Egitto non impedì a Ramses II di diventare straordinariamente anziano (novantenne, morto in seguito ad un ascesso dentale che fece infezione, dalle analisi condotte sulla mummia), ma gli successe il quindicesimo figlio, ormai cinquantenne, che gli sopravvisse solo pochi anni. Un novantenne alto due metri come Ramses II, in un mondo di ventenni alti quaranta centimetri meno di lui, doveva sembrare semi-divino alla gente: proprio ciò che Lugan (personaggio de "Il Signore dei Covi") sembra agli umani. Peraltro è ormai noto che la disponibilità di più risorse alimentari (specie quelle proteiche) per generazioni aiuta ad avere figli mediamente più alti dei genitori.

Balzando al XVI secolo (più simile al livello tecnologico del mondo di cui narro), in Portogallo i sovrani erano alti un metro e ottanta, i sudditi un metro e cinquanta, m ne resi conto visitando i musei di Lisbona, dalle armature dei soldati dell'epoca e dei sovrani. Queste proporzioni erano frequenti tra discendenti di nobili e plebei ma dipendeva non dalla razza ma dall’accesso ad un’alimentazione sostanziosa per generazioni (come dimostrano studi basati sull’analisi dei registri medici delle leve militari dal XVIII secolo ad oggi).

Nel mondo inventato che descrivo la gente ha un’aspettativa di vita di circa quaranta o cinquant’anni, poco più che nel Rinascimento, se sopravvive alla morte violenta. Ciò non esclude che taluni diventino molto più anziani, ma la mortalità è decisamente più elevata che ai giorni nostri.

Scienza & Magia:

Vorrei spezzare una lancia in favore della parola “chimico”: non tutto ciò che è chimico è malvagio, perché ogni scienza ci insegna a conoscere di più, chimica inclusa. Noi stessi funzioniamo grazie a chimica e biochimica. Come ci avvertono già i primi illuministi europei, la superstizione e la diffusione dell’ignoranza sono i veri pericoli, incluse le pseudo-scienze (che sembrano soltanto scienze senza esserlo). Oggi talvolta l’ignoranza si cela dietro un manto di credibilità: cialtronate vengono spacciate per sapienza dai mezzi di comunicazione di massa, siano essi giornali, internet o TV; siamo circondati da gente che dice cose tanto assurde che, a me, suonano come: “aaaagh, gli gnomi armati d’ascia hanno installato un elefante sintetico rosa con l’antenna parabolica sulla collina, ora non potremo più assaporare il vero gusto del caffè perché loro vogliono cambiarne l’aroma mediante scii kimmici che coi loro raggi ci bucano il cervello!”. Non è una prerogativa moderna. Molti libri del passato non contenevano molto più di leggende e superstizioni, complicando l'accesso al sapere anche di quei pochi che ne potevano usufruire.

C’è una soluzione, che venne introdotta da un grande italiano, Galileo: il metodo scientifico. Sì, la Scienza non ci fornisce "la" verità, bensì gli unici mezzi che possono permetterci di avvicinarci ad essa ogni giorno di più, con un lento sistema a correzione di errori. Ribadisco lento e aggiungo litigioso, imperfetto, a volte persino spregevole, fatto di domande che conducono ad altre domande, sempre più complesse, che non partono da risposte ma ricostruiscono l’immagine dell’Universo progressivamente come in un puzzle, pezzo dopo pezzo. “A volte la verità può essere controintuitiva e andare contro ogni cosa che crediamo o che vorremmo disperatamente fosse vero. Ma le nostre preferenze non determinano ciò che è vero”, disse Carl Sagan. Isaac Asimov (eccellente romanziere e divulgatore scientifico) disse: “Io credo nelle prove. Credo in osservazione, misurazione e ragionamento, confermati da osservatori indipendenti. Credo a qualunque cosa, non importa quanto folle o ridicola possa sembrare, purché sia supportata da prove valide. Ma più una cosa è folle o ridicola, tanto più solide e inattaccabili devono essere queste prove.”

Ho riflesso questa mentalità nei maghi delle Terre di Storsen perché ho voluto vedere in loro una versione fantasy sia degli Alchimisti medievali che degli studiosi dell’illuminismo. Hektar, Nordaal e gli altri sono quindi una sorta di Newton, D’Alembert, Diderot, Lavoisier, Halley, Hooke, Kepler, Galileo, Leonardo, Faraday e degli infiniti altri che hanno costellato gli esordi della Scienza in vari momenti della Storia, con l’aggiunta di un pizzico di avventura alla “sword & sorcery” (cosa che per alcuni di questi personaggi storici non mancò, peraltro), tanto per dimostrare che si può scrivere di fantasy e di avventura senza per forza fare riferimento alla superstizione come soluzione di ogni cosa.

Le cartine

Per aiutarmi a definire una geografia coerente, distanze corrette e tempi di percorrenza adeguati, mi aiuto disegnando cartine. Al momento di proporre un romanzo ai lettori, però, sorge il dubbio se queste cartine possano risultare gradite oppure no. Ci sono diverse scuole di pensiero in merito. Romanzi come "Il Signore degli Anelli" ne giovano. Per i primi romanzi della saga di Conan non fu necessario (ma in seguito, quando la produzione divenne corposa, venne disegnata anche per questa serie). Forse l'importanza delle mappe meriterebbe un approfondimento tutto suo.

Quando ho deciso di inserire delle cartine ho pensato che a volte orientarsi con nomi esotici può risultare inizialmente un po' disorientante e una (o più) cartine possono aiutare, così come hanno aiutato me leggendo molti romanzi di altri scrittori (come la saga del Trono di Spade di George Martin). In qualche caso mi sono state addirittura indispensabili. Così mi sono detto: "Beh, le ho disegnate e le inserisco: se a qualcuno daranno fastidio le potrà ignorare, ma se un lettore le trovasse necessarie almeno saranno lì ad aiutarlo." A quelle iniziali ne ho in seguito aggiunte altre per "I Servi di Tuonetar", come quella che c'è qua sotto:

Controllo:

Sono convinto che quando si hanno argomenti validi li si possono esporre anche in opere di fantasia, l'ho già detto e lo ribadisco. A questo proposito ricordo l’insegnamento di Star Trek e del caso della Kobayashi Maru (che adoro citare anche ai piloti durante le lezioni che tengo alla scuola di volo): talvolta ogni soluzione a un problema ha comunque gravi conseguenze. E talvolta non c’è alcuna soluzione. Non resta che fare del nostro meglio e prepararsi il più possibile per ridurre questi casi al minimo. Ma “al minimo” non è mai “zero”. I personaggi che descrivo non hanno quindi mai il completo controllo della situazione, riflettendo questa condizione, proprio come accade nella vita reale. Anche se nella vita reale non possiamo contare sull'intervento dell'autore. Come però insegna George R.R. Martin, ciò non è sempre un bene.

Concludendo

Perdonate il lungo post e gli sfoghi a proposito della Scienza, ma la convinzione di poter scrivere di fantasy avventuroso senza obbligatoriamente ricorrere alla superstizione (e al contempo tentando di restare avvincenti) ha influenzato non poco la stesura dei miei romanzi. I lettori sembrano aver gradito questa mia linea, a giudicare dalle recensioni, e mi sento sollevato, spero siate anche voi tra essi. Non si dovrebbe scrivere per ottenere buone recensioni ma è certo che sapere che ai lettori piace ciò che ci ha fatto lavorare per anni faccia piacere.

Spero i lettori curiosi abbiano trovato le risposte a eventuali quesiti senza annoiarsi troppo. Al contempo spero che eventuali scrittori desiderosi di farsi un'idea su come mettere nero su bianco il loro "romanzo nel cassetto" abbiano trovato d'aiuto questo escursus. Non pretendo di insegnare niente a nessuno e indubbiamente ci saranno innumerevoli opere più meritevoli, ma mi auguro che leggere la mia personale esperienza non sia stato soltanto tempo perso.

In caso ancora non li conosciate e siate interessati a sapere di più sui miei romanzi, nonostante questo lunghissimo post, ecco qui dove trovarli:

http://www.augustochiarle.com/#!libri/cnec

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