Ussari della Morte (estratto da Ombra Meccanica)

31/05/2014

 Alti, inquietanti cavalieri su cavalli color della notte, con pettorali d’armatura ed elmi neri, armati di carabine, pistole e grandi sciabole da cavalleria, un piccolo teschio bianco sul frontale dell’elmo, caricano fragorosamente attraverso il campo di battaglia. Scuri come le tenebre, maestosi come la Morte che hanno come stemma, terribili e prorompenti come la marea.

 “Gli Ussari!” urla Jean. “Tutti indietro, alla trincea!”

 L’assalto del plotone di fanteria comandato dal Sergente Bosco si ferma, quando l’urlo viene ripreso. La paura è distintamente percepibile, come un tremito di massa, una vibrazione che si propaga di compagnia in compagnia. Il reparto, come quelli vicini, si disperde ed i fanti cominciano a correre verso le linee di partenza, in rotta, mentre la carica di cavalleria degli Ussari attraversa il campo a gran velocità, il frastuono dei loro zoccoli simile al rombo di un possente temporale.

 

 

Jean si volta ogni tanto indietro ma, più che altro, corre con quanto fiato ha in gola: la cavalleria imperiale sta rapidamente guadagnando terreno. Il loro contrattacco è inatteso ma hanno cominciato la carica troppo presto, pensa Jean, gettando un’occhio per capire se i suoi uomini sono con lui. Forse ce la facciamo.

 I suoi soldati si sono dispersi, quasi tutti stanno correndo all’impazzata. Plotoni, compagnie, reggimenti si sono mischiati nella rotta. Un paio di uomini, più lenti, sono già stati travolti dagli zoccoli e la trincea è ancora a cento metri. Poca distanza ma uno spazio infinito, con la cavalleria dietro di sé alla medesima distanza. Jean comincia a disperare di potercela fare.

 E’ a cinquanta metri dalla trincea che viene raggiunto. Ma è allora che IR-721B NESTOR si affaccia emergendo dalla spaccatura scavata nel terreno, gigantesca armatura nera con riflessi metallici. Il possente rombo del suo motore, il suono stridente degli attuatori sotto sforzo per elevarsi sopra la rampa che gli ha permesso di uscire dalla buca spaventano i cavalli degli Ussari più vicini. Alcuni animali cadono, travolgendo persino i propri cavalieri nel tentativo di scappare.

 “Nestor!” urla Jean. Il grido viene ancora una volta ripreso dai suoi uomini, che si buttano a terra sul posto dove sono, incuranti del pericolo di venir calpestati dai cavalli. Ma c’è una ragione per cui corrono tale rischio, che diviene evidente non appena il robota da guerra alto cinque metri alza le possenti braccia meccaniche ed apre il fuoco con tutto ciò che ha a disposizione.

 I cannoncini a tiro rapido da venti millimetri del colosso metallico sparano micidiali raffiche verso il nemico con tale intensità che del fumo si alza dalle canne rotanti, rosse dal calore sviluppato, ed il rumore degli spari accoppiati di ambedue le braccia è quasi continuo. Basta meno di un minuto e la carica furiosa degli Ussari è arrestata. Cavalli feriti o morti, uomini fatti a pezzi ovunque. Una parte della cavalleria imperiale tenta di tornare indietro ed il mortaio di Nestor si punta in alto e fa partire un colpo. Poi un altro ed un altro ancora, inseguendoli con esplosioni ritmate, alle quali si aggiungono i tiri dei mortai da due libbre dalla trincea e di quelli da venti dalle retrovie, che bloccano la ritirata agli ussari.

 Quando il suono della battaglia si è spostato all’inseguimento del reparto nemico e tutto ciò che rimane in prossimità delle trincee sono cadaveri ed un gigantesco robota con le armi fumanti, il sergente Bosco si alza e grida nuovamente: “Nestor! Nestor!” Il grido viene per la terza volta ripreso dai suoi uomini, che alzano i fucili al cielo o tirano in aria l’elmetto. Per tutto il campo si ode il fragore da stadio dell’urlo corale dei soldati che gridano: “NESTOR!” o “HECTOR!” o “ACHILLIS!”, a seconda di quale zona del campo di battaglia si trovano.

 Sembriamo davvero i dannati nell’Ade, pensa Jean.

 

(da "Ombra Meccanica", di Augusto Chiarle, per concessione dell'autore)

 


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